Vorrei avvolgermi nel verde.
Dammi un prato verde su cui sdraiarmi e la verde chioma di un albero che mi ripari dal sole
Non chiedo di meglio, voglio solo arrendermi al verde.
Può succeder che girando per le Alte Terre tu possa incontrare questo cartello, autentico “dissuasore di velocità”.
Rappresenta un invito a rallentare, a fermarsi e a cedere a quel rito sospeso tra il bisogno biologico e il piacere assoluto, che assume tra le vette delle Alte Terre una dimensione quasi sacrale.
Non è semplice riposo, ma un’immersione profonda nel battito lento della montagna. Immagina di percorrere i sentieri che si snodano sopra i vigneti eroici del Grumello o tra le selve del sentiero del castagneto.
Dopo ore di cammino, quando il sole di luglio preme sulle tempie e l’aria si fa densa di profumi resinosi, trovare un ampio larice o un vecchio abete diventa il traguardo più ambito.
Sdraiarsi all’ombra di queste cattedrali naturali significa fuggire dalla calura estiva per rifugiarsi in un microclima fatto di brezza leggera e terra fresca. Il contatto della schiena con l’erba corta degli alpeggi scioglie le tensioni muscolari, mentre il fruscio delle fronde sopra la testa compone una nenia che nessun rumore urbano potrebbe egualiare.
In quel dormiveglia, i sensi si acuiscono: il ronzio lontano di un insetto, il richiamo di una marmotta o il rintocco di un campanaccio diventano lo sfondo ideale per un sonno breve ma rigenerante, capace di ritemprare lo spirito prima di riprendere la via verso un rifugio o un laghetto alpino.
E se il riposo fosse ristoratore di faticose imprese compiute armati di coltello … e forchetta?
Benvenuta pennichella!
Finalmente il riscatto di veloci pause pranzo consumate durante l’anno!
Ma il valore della sosta cambia pelle con l’arrivo della neve. In inverno, dopo aver solcato le piste del Mottolino a Livigno o le discese vertiginose della Val di Lei, la pennichella si sposta sulle terrazze dei solarium.
Qui, abbandonati su una sdraio con il viso rivolto al sole, il freddo pungente dell’aria sbatte contro il calore che sale dal corpo ancora caldo per lo sforzo.
È un contrasto inebriante: avvolti in una giacca tecnica, con gli scarponi slacciati e un occhio socchiuso sulle cime che si stagliano contro il blu cobalto, ci si lascia cullare dal riverbero della neve.
In entrambi i casi, che sia all’ombra di un albero in Val Masino o sotto il sole invernale di Madesimo, questo riposo rappresenta una riconnessione con il proprio ritmo interiore. È il lusso di fermare il tempo, di concedersi una parentesi di silenzio in cui la montagna smette di essere una sfida da scalare e diventa una culla in cui abbandonarsi. In queste terre, la pennichella è il completamento perfetto dell’esperienza alpina: un tributo alla bellezza che ci circonda, pagato con la moneta più preziosa che abbiamo, ovvero la nostra totale, pacifica e consapevole inattività.
D’altronde, quando tanta bellezza ci circonda noi possiamo fare solo una cosa per renderle omaggio, ovvero chiudere gli occhi e tributargli qualche minuto di profonda e ispirata meditazione…
Luca Poletti
